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MATRIMONIO IN COSTUME REGIONALE |
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I folkloristi abruzzesi di ieri dividevano la strada che conduce al matrimonio in tre fasi: il “fidanzamento”, la “partenza” e le “nozze”. Molti sono gli usi ancora oggi rimasti integri.
Rimangono
immutate le date ed i periodi proibiti agli “sponsali”. Non
ci si sposa infatti di martedì e di venerdì, forse in omaggio al vecchio
proverbio che recita: “né di Venere e né di Marte, non si sposa e
non si parte”, tantomeno nel mese di novembre che viene
considerato il “mese dei morti” o nel periodo di Quaresima,
quando cioè le croci si coprono di panni viola.
Ancora
oggi una coppia che sta per sposarsi a Pescasseroli deve come prima cosa
preoccuparsi di trovare una certa quantità di ceci secchi, abbrustoliti
sui carboni insieme alla sabbia di mare per poi insaporirli con anice,
vaniglia e bucce di arancia e di limone.
Tutto
è legato ad un’antica tradizione secondo cui, in tempi remoti, i
giovani montanari di Pescasseroli, non potendo permettersi il lusso
dell’acquisto di confetti, mettevano nelle bomboniere i ceci tostati,
solo quelli.
Tornando
alle tre fasi, il fidanzamento, è quella che presenta le variazioni più
eclatanti. Scomparsi i “paraninfi”, mezzani che procuravano
unioni matrimoniali a pagamento, accantonate definitivamente le
consuetudini con le quali il maschio si dichiarava alla futura “partner”
lasciando sulla soglia della sua casa rami fioriti, restano i tanti
modi di incontro fra i giovani di oggi. L’incontro in discoteca ha
sostituito la serenata.
La
“partenza”, ovvero il trasporto della dote della sposa verso la
nuova casa che avveniva alla vigilia delle nozze, fino a qualche anno fa
veniva rievocato a Bisenti con l’organizzazione del corteo nuziale negli
antichi costumi e canti tradizionali. La dote veniva caricata sui muli
bardati a festa mentre al suono di “ddù-bbotte” cantavano in coro “Quande
dumane ti mitt’ in cavalle, di schioppettate arsóne la valle”.
Qualcuno
degli antichi riti della “partenza” resta ancora vivo nelle
campagne di Celano dove alla vigilia delle nozze si organizzano i
cosiddetti “canestri scoperti”.
I
grossi canestri di vimini, quelli che provetti artigiani fabbricano a San
Vincenzo Valle Roveto, vengono colmati di masserizie di ogni sorta e
caricati sui muli accompagnati dal suono di “ddù-bbotte” alla
casa dello sposo. |
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Le panarde |
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Nel
Molise il mobilio spetta alla sposa che deve portarlo in dote insieme a
quattro materassi di lana, alle coperte e ad un ricco corredo. Sulla
camera da letto degli sposi convergono la curiosità di parenti ed amici;
perciò questa viene scelta con mota cura: la sposa cerca di averla molto
bella e i genitori fanno il possibile per accontentarla. Il giorno delle
nozze, poi, ogni invitato si reca a visitare la camera degli sposi e,
sulla bella coperta di seta distesa sul letto, gettano denaro come dono.
I
mutamenti più radicali li ha subiti il pranzo nuziale. Una volta veniva
preparato e consumato in casa della sposa, durava diverse ore e si
presentava almeno con venti portate (le famose “panarde” aquilane
sono state sperimentate a tavola con gli sposi). Oggi viene consumato nel
ristorante, il tutto viene inteso come una conquista sociale e, nelle zone
di campagna, come rifiuto della condizione rurale. Ad una caratteristica
però non si rinuncia: alla cucina tradizionale secondo l’antico
ricettario degli “sponsali” abruzzesi. |
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