| Cè una collezione minima e pungente |
In punta di pennino |
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Il piu' piccolo? |
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'è chi
colleziona francobolli, chi schede telefoniche e chi penne e oggetti per scrivere: questi
ultimi collezionisti si chiamano calamofili.A sei anni, sui banchi di scuola elementare il mio primo incontro (impatto non facile ma simpatico) con pennino e calamaio. Poca dimestichezza, molte macchie sul banco e quaderni. E così che un giorno, ripercorrendo il mio iter scolastico, mi sono imbattuto in una calamofila. In una scatolina civettuola stavano stipati un centinaio di pennini. Tutti ben puliti, lucidi, pronti per scrivere. Mi sono incuriosito e un giorno, camminando per il famoso mercatino dellAntiquariato di Frosinone (prima domenica del mese), incontrando bancarelle di venditori, m'interessai ai loro favolosi pennini. Ne raccolsi alcuni. Li sentii raccontare M'incantai... Cominciai questa mia collezione. Il ricordo di ragazzo, il primo approccio con questo strumento, che ancora oggi è una parte della mia espressione interiore e professionale suscitando in me affetto emozionale e senso di devozione.
I primi ad usare il pennino di metallo furono gli antichi Egizi. Nella tomba del faraone Ramsete II ne sono stati trovati di vecchi di 3300 anni. In Europa si cominciò a produrli artigianalmente in Inghilterra, intorno al 1550. Si passò dalla penna doca al pennino perché le penne doca presentavano difetti: si dovevano intingere continuamente nellinchiostro, si consumavano in fretta ed erano sensibili alle condizioni atmosferiche. La produzione industriale del pennino comincia intorno al 1800. I primi industriali del pennino sono Gillot, Mason e i fratelli Mitchelli. I costi calano, al punto che 144 pennini industriali costano quanto uno prodotto artigianalmente. La richiesta cresce e la produzione viene accelerata. Si calcola che dal 1830 al 1950 a Birminghan ne furono prodotti 125 miliardi! Entriamo nellera dellacciaio. Con una tonnellata se ne fanno 1.700.000! Lacciaio veniva lavorato in lastre poi tagliate in strisce e passate sotto le presse. Il lavoro era fatto da donne: unoperaia produceva dai 18 ai 36 mila pezzi al giorno, mentre dai 14 ai 20 mila pennini venivano quotidianamente forati e tagliati da unaltra. I tagli e i fori davano elasticità e capacità di trattenere linchiostro. Raggiunta la giusta forma, venivano temprati, cioè induriti, mettendoli in forno per 30 minuti a 800 gradi. Il controllo della temperatura avveniva ad occhio: i pennini dovevano prendere un colore rosso fuoco. A questo punto venivano ritirati, raffreddati, puliti e poi rimessi in forno ad una temperatura tra i 180 e i 350 gradi per renderli flessibili. I pennini assumevano un colore blu. Se in queste due lavorazioni le temperature erano troppo basse o troppo alte occorreva, nel primo caso, rifare il lavoro da capo, nel secondo buttare via tutto!
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Gli eredi dei pennini Che problema andare in giro con inchiostro, calamaio, pennino e cannuccia! Così il pennino fu soppiantato dalla penna stilografica (1884) che aveva un serbatoio per linchiostro. Più tardi arriva la penna a sfera, brevettata nel 1938 dallinventore ungherese Laszlo Jozsef Biro, da cui prese il nome. Le prime biro prodotte a Chicago ebbero un successo straordinario ma, non solo macchiavano mani, tasche e camicie, capitava anche che esplodessero! Dopo gli anni 50 comparvero i pennarelli e le penne a fibra, soprattutto usate, oltre che dai bambini, da grafici e disegnatori. |
Il poeta e il musicista Nel 1723 il poeta Iord Byron racconta entusiasta di aver avuto un pennino ma di non riuscire a trovarne un altro: laveva cercato inutilmente in ben 375 negozi. Quarantanni dopo, la principessa di Carignano regala ad un giovanissimo Mozart pennini dargento cesellato. Mozart, che ha solo 7 anni, gradisce il regalo ma continua a comporre usando penne doca. |
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[ Collezione di Mario Litterio ] [ http://perso.wanadoo.fr/ccoe/ ] |
| Tipi e usi di pennini. | ||||||||||||||||
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